” Getta un sasso nell’acqua corrente. sarà difficile vederne l’effetto. Un’increspatura dove la pietra rompe la superficie, poi un tonfo, soffocato dal fluire del fiume all’intorno. Tutto qui.
Getta un sasso in un lago. L’effetto sarà ben visibile e molto più duraturo. La pietra sconvolge le acque tranquille. Il cerchio che si forma dova ha colpito l’acqua subito si moltiplica, generandone un altro e un altro ancora. In breve le increspature suscitate da un unico plop si espandono, fino a poterle osservare su tutta la superficie a specchio. Solo quando raggiungono la riva, i cerchi si fermano e muoiono. Per il fiume il sasso è solo l’ennesimo elemento di disturbo in un corso già tumultuoso. Niente di strano. Niente di ingestibile.
Il lago, invece, non sarà mai più lo stesso (pag.11).”

Per quarant’anni la vita di Ella Rubinstein era stata un fluire di acque tranquille: una famiglia apparentemente perfetta, tre figli adorati, una bella casa e tante passioni e tanti impegni.
A sconvolgere questa tranquillità arriva all’improvviso un libro, “La dolce eresia” sul quale Ella deve scrivere una scheda di lettura per conto dell’agenzia letteraria con cui collabora. Il libro, scritto dall’affascinante scrittore giramondo Aziz Z. Zahara, narra la storia dell’amicizia tra il poeta mistico sufi Rumi e il derviscio errante Sharms-i Tabriz.
Leggendo Ella si lascia trasportare nella Turchia del XIII secolo, sulle ali di quella “religione dello spirito” che portò Jalal Al Din Rumi a scrivere alcuni dei versi d’amore più belli di sempre, alcuni dei quali sono contenuti nel canzoniere chiamato “Divan e-Shams”.
Pian piano tra lei e Aziz nasce qualcosa, un’amore che la sconvolge totalmente e che va a movimentare lo stagno pacifico della sua vita.

“Elif Shafak è la migliore scrittrice tuca dell’ultimo decennio” dice sua maestà, sia venerato e letto in eterno Orhan Pamuk.
Spinta inizialmente da questa “indicazione” pamukiana ho letto i primi due libri dell’autrice, “La bastarda di Istanbul” e “Il palazzo delle pulci” per passare ora a questo, uscito nel 2009.
Bel libro, molto affascinante la storia d’amicizia o di “amore mistico” come tanti l’hanno chiamato, tra Rumi e Shams; meno appassionante mi è invece sembrata la storia di Ella, della sua famiglia e del suo amore con lo scrittore, amorazzo quasi da romanzetto Harmony.
Il libro resta comunque un’inno all’amore, sentimento che riesce a sconvolgerci totalemente la vita sempre a dispetto di tutto e di tutti.

L’amore è sconsiderato
L’amore è sconsiderato, non così la ragione.
La ragione cerca il proprio vantaggio.
L’amore è impetuoso, brucia sé stesso, indomito.
Pure in mezzo al dolore,
l’amore avanza come una macina;
dura la sua superficie, procede diritto.
Morto all’egoismo,
rischia tutto senza chiedere niente… “
Jialāl al-Dīn Rūmī

“Le ceneri di Angela” è l’autobiografia romanzata dell’autore, Frank Mc Court, uscita nel 1996 e vincitrice del Premio Pulitzer e del National Critics Award.
Il libro racconta la storia di Frankie, nato in una povera famiglia di emigrati irlandesi a New York poi ritornata in patria qualche anno dopo la nascita del piccolo.

Un’infanzia difficile quella di Mc Court:

Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora.
Gente che si vanta o si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di vita se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione irlandese: la povertà; il padre alcolizzato chiaccherone e buono a nulla; la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco; i preti boriosi; i maestri arroganti; gli inglesi e le cose tremende che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni…
E poi, tutta quell’umidità (pag.11).

Il padre alcolizzato in questo caso è Malacky Mc Court, un nord irlandese fuggito a New York con una taglia sulla testa in quanto ex membro dell’IRA.
Qui incontra la giovane Angela Sheenan, cresciuta in una catapecchia di LImerick, capoluogo della contea di Munster in Irlanda, e emigrata da poco tempo negli Stati Uniti.

Dal primo incontro tra i due nasce Francis, seguito poi dal fratello Malacky, dai gemelli Eugene e Oliver e dalla piccola Margaret.
Sarà proprio la morte di quest’ultima a spingere la famiglia a tornare in patria, nella città materna.
La vita per loro non sarà facile neanche qui, anzi, la famiglia Mc Court passa da una catapecchia umida all’altra, perde altri figli a causa della fame, delle malattie e degli stenti, sopravvive grazie al sussidio statale. Solo la grande caparbietà e determinazione permettono al primogenito di andare avanti, sopravvivere a tutto lo schifo che lo circonda e costruirsi una vita degna di essere chiamata tale nella terra dei sogni abbandonata quindici anni prima.

“Le ceneri di Angela” racconta l’infanzia e l’adolescenza di Mc Court, a questo seguirà nel 2000 “Che paese, l’America“, libro in cui l’autore racconterà invece la sua nuova vita americana.
Un libro appassionante, ricco, a volte crudo ma divertente, che attraverso il racconto delle vicende della famiglia Mc Court ci offre uno spaccato della vita degli irlandesi a cavallo tra le due guerre.
Non mi ha trascinato come hanno fatto altri libri in passato ma forse dipende dal fatto che le atmosfere diciamo “dickensiane” di povertà,  dolore e sconfitte continue non rientrano nelle mie corde di lettrice. Notevole il protagonista, una testa dura niente male che nonostante tutte le avversità, i lutti, la scomparsa del padre e l’apatia della madre riesce a raggiungere il suo obiettivo. Da leggere sicuramente.

Per chi, come me, ha amato la Hornby de “La monaca” e de “La zia marchesa” il quarto romanzo dell’autrice è stato una vera sorpresa.
Scordatevi la Sicilia e la Napoli ottocentesca, “Vento scomposto” infatti è ambientato nella Londra dei giorni nostri, città in cui l’autrice vive e lavora da quasi 40 anni.
Protagonisti di questo libro sono i coniugi Pitt e le loro due figlie, Amy e Lucy.
I Pitt sono una famiglia borghese, vivono nell’elegante quartiere di Kensington e hanno una vita tranquilla e senza problemi. Il loro tran tran quotidiano viene però improvvisamente sconvolto da una accusa apparentemente assurda mossa a Mike dalla maestra di Lucy: abuso sessuale della piccola. La maestra, Mrs Dooms, ha infatti notato nei comportamenti e in alcuni disegni della bimba un grande turbamento e ha deciso di segnalare la cosa ai servizi sociali che intervengono con l’intenzione di togliere la bimba ai genitori.
Per Mike e Jenny, convinta dell’innocenza del marito, comincia una lunga odissea legale durante la quale vengono assistiti da Steve Booth, un avvocato che ha il proprio studio a Brixton e che si occupa di diritto di famiglia. Steve è il migliore nel suo campo soprattutto quando si tratta di diritto dell’infanzia, è un avvocato serio, appassionato e abituato a lavorare su casi delicati come questo.

Traendo spunto dalla sua esperienza come avvocato dei minori e come giudice, la Hornby, ci offre un romanzo giudiziario in piena regola, che trae spunto da una legge inglese molto discussa, il “Children’s Act”, introdotta nel 1989, che consente ai minori vittime di abusi di poter nominare un avvocato o un tutore legale a spese dello Stato, proprio come gli adulti.
Questa legge ideata per tutelare i minori ha però causato, come dimostra questo caso giudiziario, nefandezze sociali e burocratiche dovute alincompetenza degli psicologi, alla scarsa motivazione degli assistenti sociali e ad avvocati senza scrupoli.

Non mi dilungherò troppo sui commenti, il libro mi è piaciuto, l’ho letto velocemente(strano eh?) e devo dire che mi hanno appassionato molto le storie dei clienti dello studio Booth. Peccato che queste storie non siano state approfondite a sufficienza, come anche la storia personale di Steve Booth, misterioso avvocato che si prodiga senza sosta per i suoi clienti ma che non sembra avere una vita al di fuori dello studio.
Ho trovato anche alcuni errori di italiano, probabilmente dovuti ad una traduzione errata dall’inglese; sembra infatti che ne sia stata fatta una traduzione nella nostra lingua mantenendo però alcuni costrutti propri della lingua originaria.
Un’altra cosa che non mi ha convinto è la fine. Ho visto anche su altri siti e blog che molti come me si domandano da dove sia spuntato fuori il dvd con la registrazione della testimonianza di Lucy, non è molto credibile il fatto che Pat, la segretaria di Steve, l’abbia trovato per caso.

Pur avendolo letto con piacere spero che la Hornby torni ai vecchi libri, magari scrivendo un seguito de “La monaca”, libro che ho letteralmente adorato.

Ho letto anzi divorato la trilogia di Paullina Simons che racconta la storia d’amore fra Tatiana e Alexander in meno di due settimane.
Mi sono ritrovata a leggere questi tre “tomoni” a qualsiasi ora del giorno e della notte, in camera, in cucina, in bagno, in autobus e addirittura al parco prima di un colloquio di lavoro.
La storia d’amore, di vita, di morte, di tragedie e di vittorie dei due amanti mi ha assorbito completamente e quindi approfitto del post per ringraziare la mia fornitrice di libri preferita che mi ha fatto conoscere la Simons e le sue opere :-)
Il primo libro della “saga”, Il cavaliere d’inverno è stato pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2003, seguito qualche anno dopo da “Tatiana e Alexander” e “Il giardino d’estate” di cui scriverò prossimamente.
Il racconto della storia di Tatiana Metanova e Alexander Barrington e delle loro famiglie comincia nel 1941, durante la seconda guerra mondiale.
A fargli da sfondo c’è una Leningrado maestosa, romantica, ricca di storia che ancora conserva intatte le bellezze architettoniche dell’epoca zarista e che il grande Puskin, figlio di Leningrado come Kandiskij, Prokofiev, Nabokov e Dostoesvky, omaggia con queste parole:
«T’amo creatura di Pietro/ amo il tuo grande e armonioso aspetto/ il regale corso della Neva/ delle sue rive il granito/delle tue cinte il rabesco di ghisa/ delle tue notti malinconiche il diafano crepuscolo e lo splendore illune»
(Il cavaliere di bronzo*).
A Leningrado vive la famiglia Metanova, i genitori, i nonni e i tre figli, due gemelli, Pasha e Tatiana, e la sorella maggiore Dasha. Durante una sera d’estate, mentre le due sorelle si stanno confidando i loro segreti, il generale Vyacheslav Molotov annuncia alla radio che la Germania ha invaso la Russia, è cominciata la guerra.
Tatiana, durante uno dei suoi giri quotidiani alla ricerca di cibo, incontra un affascinante ufficiale dell’Armata Rossa, Alexander Belov.
Tra i due giovani scatta immediato il colpo di fulmine che però non sfocia in una storia d’amore perchè Alexander, si scoprirà poi, è già legato a Dasha. Tatiana, temendo di far soffrire la sorella, decide di tenere segreto il suo amore per Alexander e costringe anche lui a fare lo stesso. Nel frattempo la guerra comincia a cambiare le loro vite, la città è cinta d’assedio, il cibo viene razionato sempre più, la fabbrica civile in cui lavora Tatia viene convertita alla produzione militare di carri armati, le persone vicine alla famiglia cominciano a morire e anche i Metanova iniziano a soffrire la fame e il freddo.
Cosa succederà ai due amanti segreti? Riusciranno a trovare la forza necessaria per sfuggire ai drammi e ai lutti che questa guerra porterà? Riusciranno a coronare il loro sogno d’amore? Sopravviveranno a questa guerra? Non ve lo posso dire, vi rimando per ora ai prossimi due libri e ai prossimi post.

Il libro è ben scritto, coinvolgente, interessante anche per chi, come me, ama la storia europea della prima metà del Novecento.
L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa è l’eccessivo sentimentalismo che in alcune occasioni appare fuori luogo, diciamo che alcuni incontri amorosi mi paiono un pò difficili da realizzarsi sotto i bombardamenti in una città ridotta allo stremo.
L’amore e le sue urgenze supereranno pure ogni ostacolo però questa parte della storia mi sembra decisamente esagerata e per niente realistica.

*Il cavaliere di bronzo, opera di Puskin del 1833,  risulterà fondamentale ai fini della storia dei due amanti.

 

Breve nota a margine: essendo appassionata di storia della seconda guerra mondiale vi segnalo sull’assedio di Leningrado un film e una curiosità cinematografica per gli amanti del mito Sergio Leone:
- Attacco a Leningrado, per la regia di Alexander Buravsky, con Mira Sorvino e Gabriel Byrne.
-  Il mio amatissimo e venerato Sergio Leone stava preparando un film ambientato durante l’assedio, la sua morte improvvisa nell’aprile del 1989, ne impedì la realizzazione. Il film avrebbe dovuto raccontare la guerra e la storia d’amore tra un giornalista americano e una ragazza russa.
Peccato perchè il regista e la casa di produzione avevano già ottenuto da Gorbaciov l’autorizzazione per girare il film su suolo sovietico e la disponibilità di una parte dell’Armata Rossa come comparse e supporto organizzativo.
Nel 2001 il regista Jean Jacques Annaud si ispirò all’idea leoniana e su quella base realizzò il film “Un nemico alle porte” trasferendo però la storia a Stalingrado, durante l’omonima battaglia (fonte Wikipedia). ll film merita, grande il regista e bravo (non pensavo che l’avrei mai detto) il piacione Jude Law.

Uscita soddisfatta dalla settimana di lettura della trilogia su Tatiana e Alexander di cui scriverò a breve, ho ripreso in mano uno dei libri della Newton & Compton acquistati durante la fortunata spedizione di qualche settimana fa da Mediaworld.
I protagonisti di questo romanzo, ambientato nella Parigi di inizio Novecento, sono Léa de Lonval, una ricca, elegante e ancora bella cortigiana di quarantanove anni, e il suo amante venticinquenne chiamato affettuosamente Chéri, il bellissimo, vanitoso e viziato (da tutti) figlio di Charlotte Peloux, ricca cortigiana parigina, amica da oltre vent’anni di Léa.
La storia d’amore tra i due, cominciata nel 1906, quando Léa, preoccupata nel vedere il giovane svogliato e annoiato, gli aveva offerto di essere suo ospite durante il soggiorno estivo in Normandia, dopo 6 anni di gioie sembra doversi interrompere: il giovane Chérie sta per sposare, per interesse, la bella e scialba diciottenne Edmée.
Dopo la separazione dei due amanti Léa continua a frequentare Mme Peloux e il suo gruppo di amiche pettegole, le quali, sperando malignamente di vederla soffrire, non le risparmiano battutine e mezze frasi sul matrimonio del giovane, fino a quando Léa, stanca della situazione, decide di lasciare Parigi per qualche mese tenendo ben nascosta a tutti la meta del viaggio e la sua durata.
Nel frattempo Chéri, tornato dal viaggio di nozze in Italia, comincia a sentire la mancanza di Léa e a covare una crescente insofferenza nei confronti di Edmée, troppo insipida e arrendevole. Chéri decide allora di abbandonare la moglie e di darsi alla bella vita insieme all’amico e parassita Desmond, nella vana speranza di dimenticare l’amata Léa.
Un giorno, passeggiando come sempre davanti alla casa di Léa vede le luci accese e comprende che ella è tornata finalmente in città. Questo ritorno lo rende ovviamente felice ma, non si capisce se per rimorso verso la moglie o se per fuggire da questo amore, decide precipitosamente di ritornare a casa da Edmée.
Dopo un po’ di tempo Léa riceve la visita della signora Peloux che le confida che suo figlio è finalmente tornato a vivere con la moglie. Léa cerca allora di gettarsi tutto alle spalle e di tornare alla solita vita, riprendendo ad uscire e a frequentare i salotti parigini, una sera però Chéri si ripresenta a casa sua.
Cosa succederà? Be’ non posso mica raccontarvi proprio tutto tutto…

 

Breve nota sull’autrice. Sidonie-Gabrielle Colette è stata una delle più grandi autrici del Novecento, famosissima e adorata in Francia, è stata oltre che scrittrice, attrice di music-hall, giornalista, sceneggiatrice, commerciante, estetista e critico cinematografico. Ebbe tre mariti e, come la protagonista del romanzo, un amante più giovane di lei di trent’anni.  Non si fece mancare poi storie con donne molto note della Parigi dell’epoca, esibizioni a teatro decisamente osè, una storia con il figlio del secondo marito e altre trasgressioni che fecero molto clamore ma che non le impediranno di ricevere diversi tributi e onoreficenze.
Muore nel 1954 nella capitale francese e riceve, prima donna in Francia, le esequie di stato nella corte d’onore del Palais Royal anche a causa della decisione della Chiesa di negarle il funerale religioso. Riposa nel cimitero di Père Lachaise .
Una donna decisamente affascinante di cui spero di trovare una biografia.
Se avete due minuti vi invito a cercare sue fotografie su Google e a visitare il sito www.colette.org che ne raccoglie alcune molto curiose.
Alla prossima :-)

 

Omaggio alla pioggia, compagna silenziosa di queste ultime giornate di primavera.

PIOGGIA

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza,
una sonnolenza rassegnata e amabile,
una musica umile si sveglia con lei
e fa vibrare l’anima addormentata del paesaggio

è un bacio azzurro che riceve la Terra,
il mito primitivo che si rinnova.
Il freddo contatto di cielo e terra vecchi
con una pace da lunghe sere.

È l’aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori
e ci unge con lo spirito santo dei mari.
Quella che sparge la vita sui seminati
e nell’anima tristezza di ciò che non sappiamo.

La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’illusione inquieta di un domani impossibile
con l’inquietudine vicina del color della carne.

L’amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
nel contemplare le gocce morte sui vetri.

E son le gocce: occhi d’infinito che guardano
il bianco infinito che le generò.

Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco
e vi lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la folla dei fiumi ignora.

O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,
pioggia tranquilla e serena di campana e di dolce luce,
pioggia buona e pacifica, vera pioggia,
quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

O pioggia francescana che porti in ogni goccia
anime di fonti chiare e di umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

Il canto primitivo che dici al silenzio
e la storia sonora che racconti ai rami
il mio cuore deserto li commenta
in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,
tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,
ho all’orizzonte una stella accesa
e il cuore mi impedisce di contemplarla.

O pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei al piano dolcezza emozionante:
dà all’anima le stesse nebbie e risonanze
che lasci nell’anima addormentata del paesaggio!

Federico Garcia Lorca

Ok, non saranno in edizione extralusso ma i miei nuovi 5 libri della collana “Biblioteca economica Newton” mi sembrano comunque meravigliosi!
Ho beccato al supermercato una megapromozione (dicesi svuotamento magazzino…) che mi ha permesso di comprare i seguenti capolavori: Ivanhoe; Al di qua del Paradiso; Chèri; Il ventre di Parigi e Malombra a soli 2 euro e 50.
Ho un rapporto particolare con i libri di questa collana e con questa casa editrice, molti dei libri comprati durante le scuole medie e il liceo fanno parte di questa collana che la Newton & Compton lanciò all’inizio degli anni ’90  e che raccoglieva i testi di grandi autori e le opere più celebri della letteratura di ogni tempo in versione supereconomica, con prezzi che variavano dalle 2000 alle 3000 lire. Grazie a questa collana ho potuto acquistare decine di libri di autori e generi molto diversi, da Lovecraft alla Deledda, da Zola a Puskin (adoro “La figlia del capitano”), da Dickens a Dumas.
Approfitto quindi dell’acquisto odierno per omaggiare la Newton & Compton e ringraziarla indirettamente per la grande attenzione che da più di 40 anni mostra per il pubblico giovane (e penso non solo nel mio caso squattrinato) e per la scelta, vent’anni fa molto criticata, di utilizzare dei canali distributivi alternativi alle librerie che ha permesso a me e a molti altri ragazzi di acquistare libri nelle edicole dei piccoli paesi.
Parte della mia libreria è occupata da libri appartenenti a diverse collane di questa gloriosa casa editrice. Quella più copiosa, oltre alla già citata biblioteca economica, è  “100 pagine 1000 lire“, iniziativa editoriale del 1992 grazie alla quale la N&C in un anno vendette 20 milioni di libri (io feci incetta di Lovecraft, Seneca e Shakespeare).
Non possono mancare ovviamente “I Mammut“, dei tomoni coloratissimi che raccolgono la produzione, quasi sempre completa, di celebri autori come Jane Austes o Conan Doyle, e che sono impreziositi da meravigliose caricature di autori o personaggi disegnate dal grande Mikel Casal.
Grazie grazie per aver rimpinguato la mia libreria, grazie per avermi “iniziato” a Shakespeare, grazie per aver colorato le stanze di molti di noi con i vostri Mammut e grazie per aver arricchito la mia adolescenza da “piccola fiammiferaia” (questa è per F.) vissuta lontana dalle grandi librerie.

La mia recente passione per i cuochi, i programmi di cucina, Jamie Oliver etc è sfociata nella lettura di un libro: “Kitchen confidential – Avventure gastronomiche a New York” dello chef statunitense Anthony Bourdain.
Nel libro, pubblicato nel 2000, vengono descritte le cucine dei ristoranti più noti della Grande mela dall’irriverente e caustica voce di un grande chef che dopo 27 anni di “sesso, droga e altissima cucina” decide di vuotare il sacco.
Tutto ha inizio in Francia, qui il giovanissimo Tony scopre l’amore per il cibo e la cucina. Fatale fu un’ostrica…

Io la presi in mano, mi rovesciai in bocca il contenuto della conchiglia seguendo le istruzioni del raggiante monsieur Saint-Jour, e ingollai rumorosamente. Sapeva di acqua salata… di brina e di carne… e in qualche modo… del futuro.
E ogni cosa fu diversa. Ogni cosa.
Non ero semplicemente sopravvissuto, mi era piaciuto.
Mi resi conto che quella era la magia di cui fino a quel momento ero stato solo vagamente e astiosamente consapevole. Ero rimasto preso all’amo… Avevo vissuto un’avventura, assaggiando il frutto proibito, e tutto ciò che avvenne in seguito nella mia esistenza – il cibo, la lunga e stupida e spesso autodistruttiva ricerca di quello che c’è dopo, che si trattasse di droga, sesso o altre nuove sensazioni – ebbe origine in quell’attimo preciso.
Avevo imparato qualcosa. In maniera viscerale, istintiva, spirituale – e in un certo senso anche propedeuticamente sessuale – e non potevo più fare marcia indietro. Il genio era uscito dalla lampada. La mia vita di cuoco e chef era iniziata. Il cibo aveva potere (pag.26).

Da quell’ostrica sono passati 27 anni, 27 anni di vittorie e sconfitte; di ristoranti falliti; di incontri con cuochi geniali ma inaffidabili; di nottate passate a cucinare, bere e drogarsi; di divertimento; di bruciature (fisiche e non), di crolli fisici e mentali e di amore.
Amore per il cibo, per il pane di Adam Vero- Cognome- Sconosciuto, per la confit d’anatra, per i fagioli di Tabres, per la purea di patate all’erba cipollina, per i funghi selvatici e per il lombo di tonno…
La mia gola vi invita caldamente a leggere questo libro e soprattutto, come mi è stato insegnato da Bourdain, a non ordinare il pesce di lunedì :-)

Manuele Madalon, un genio!
Questo giovane studente del Master in Giornalismo di Torino ha smascherato alcuni noti esponenti della cultura italiana presenti al Salone  internazionale del libro i quali pur di non rivelare la loro ignoranza (in realtà giiustificata) han fatto discorsi inutili e a vanvera su un libro, “L’implosione”, e su uno scrittore, Madalon, inventati di sana pianta.
Il video pubblicato qui di seguito è spassosisimo e le parole di alcuni degli intervistati sono fantastiche nel loro delirio. Sgarbi, al centro di critiche per il suo nuovo programma tv, fortunamente cancellato,  è grandioso, parla del libro senza che Madalon ne abbia neanche pronunciato il titolo; De Cataldo dice una serie di ovvietà sulla pubblicazione del primo libro e “sull’ansia di metterci dentro tutto” (?) mentre Corona chiude in modo eccelso tale discussione “non ti ci devi affezionare, il libro è come una scopata, devi pensare a quella da fare e non a quella fatta“.

Buona visione!

L’anno scorso, durante il viaggio in Irlanda, ho letto su una cartolina questa frase che mi colpito: “I nipoti colmano un vuoto che non sapevi di avere“. La considero, nel mio rimbambimento da zia, una grande verità e mi è tornata in mente leggendo questo libro, alla fine del quale mi sono commossa un bel po’…

Salvatore, vecchio contadino calabrese ed ex partigiano, è un uomo tutto d’un pezzo che non ha mai chiesto niente a nessuno. Gravemente malato si lascia convincere dal figlio Renato a farsi curare a Milano dove il giovane vive con la famiglia.
Per lui, che ha vissuto sempre nel suo paese Roccasera seguendo antichi riti e usanze, la città è un mondo ostile “un imbuto inghiottiuomini dove il povero è perseguitato da funzionari, poliziotti, possidenti, mercanti e altri parassiti” (pag. 13).
Perfino l’amato figlio gli appare ormai estraneo e completamente soggiogato dalla moglie Andreina.
A Milano c’è però una sorpresa che lo aspetta e che gli sconvolgerà la vita, Bruno, il nipote che casualmente ha lo stesso nome che Salvatore aveva da partigiano. Tra i due nasce una complicità sempre più tenera che si risolve in un continuo dialogo grazie al quale il vecchio ritroverà un affettività negata per una vita intera. Oltre al bambino a Milano ci sono nuovi amici, lezioni all’Università, un dolce amore, Ortensia, che finirà forse per sposare,  ma il centro di tutto rimane Bruno, anzi Brunetto.

Tanti i momenti teneri tra i due, i primi passi del bimbo per esempio:
“In quell’istante il miracolo. Gli occhietti si aprono, neri, due pozzi imperscrutabili e profondi, in cui brilla una decisione. Di colpo, come quando il vecchio è balzato in piedi contro l’ombra minacciosa, il corpicino si muove, si scopre, lascia cadere a terra le gambe al di sopra della sponda del lettino e appena toccata terra si erge, lascia le sbarre, si volta verso il nonno seduto… e fa tre passetti barcollanti, da solo, fino alle braccia commosse del vecchio. Braccia che lo accolgono, lo abbracciano, lo stringono, si ammorbidiscono intorno a quel prodigio caldo, gli bagnano le guance con gocce salate che rotolano sulle vecchie labbra tremanti… I tuoi primi passi! Per me! Ora posso…! La felicità tanto grande da fargli male, soffoca le sue parole” (pag. 129).

È talmente grande l’amore che prova per il nipote che il vecchio decide di non tornare al paese “Tu sei la mia Roccasera. E le mie ossa e il sangue del mio cuore… Tu sei tutto, agnellino mio, e il vecchio Bruno è tuo” (pag. 188).

La malattia però avanza, il vecchio comincia a perdere la memoria, la fine è vicina, un ultimo e insperato regalo lo aspetta:
L’angelo candido appare nell’oscurità della soglia levando le braccia al cielo. Sorpreso di non sentirsi volare, come le altre notti, verso il petto del vecchio, pronuncia qualche sillaba nel suo misterioso linguaggio e fa un paio di passi per raggiungere il letto. …    Il bimbo,  inquieto in quella notte così diversa, gattona sul letto verso il vecchio.  Si aggrappa timoroso al braccio ormai paralizzato e si alza in piedi, il visino accanto a quello del nonno, in attesa…Di colpo, l’istinto gli rivela che il mondo è crollato, che rimane solo una tenebra vuota. L’improvviso senso di solitudine gli strappa la parola tante volte ascoltata. Non-no pronuncia nitidamente davanti a quel volto i cui occhi lo cercano senza più vederlo, ma le cui orecchie lo sentono ancora, sopraffatte dalla felicità. E ripete la preghiera, il richiamo di cucciolo sperduto. Nonno, nonno, nonno! Finalmente quel canto celestiale! (pag.276 – 278)

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